La questione dell’ingerenza straniera nella politica interna degli Stati è oggi uno dei temi più dibattuti nelle società democratiche. Nonostante l’uso frequente di questo concetto, gli esperti avvertono che si tratta di un fenomeno complesso, che l’opinione pubblica spesso comprende in modo eccessivamente semplificato.
Sulle moderne forme di influenza politica, dal finanziamento tradizionale degli attori politici alle manipolazioni digitali nell’era dei social network, esperti autorevoli hanno discusso alla conferenza Za človeka gre 2026.
Il dibattito è stato moderato dal politologo britannico Michael Pinto-Duschinsky, ricercatore in pensione dei college Merton e Pembroke dell’Università di Oxford e della Brunel University di Londra, membro fondatore dell’organo direttivo della Westminster Foundation for Democracy e membro del consiglio di amministrazione della International Foundation for Electoral Systems, che da decenni si occupa di questioni legate al finanziamento dei partiti politici e all’influenza straniera sui processi democratici.
La mitologia dell’ingerenza straniera
In apertura Pinto-Duschinsky ha avvertito che la discussione sull’influenza straniera è spesso segnata da rappresentazioni semplificate. Secondo lui, nell’opinione pubblica circolano diverse tesi generalmente accettate: che l’ingerenza straniera sia in costante aumento, che sia sempre dannosa e che i principali attori siano esclusivamente le grandi potenze.
A suo avviso, affermazioni del genere richiedono uno sguardo più sfumato. Il diritto internazionale, in particolare la Carta delle Nazioni Unite del 1945, in linea di principio vieta soprattutto le forme violente di interferenza nella sovranità degli Stati. Le forme più miti di influenza politica – ad esempio il sostegno alla società civile o alle organizzazioni politiche – non sono invece chiaramente definite.
In alcuni casi vengono addirittura incoraggiate dalla dottrina internazionale nota come «responsabilità di proteggere» (Responsibility to Protect – R2P), che ammette l’intervento in circostanze umanitarie eccezionali.
L’esperienza del periodo di democratizzazione
Pinto-Duschinsky ha ricordato anche il proprio ruolo alla fine della Guerra fredda. Negli anni 1989–1990 preparò per il Ministero degli Esteri britannico un concetto di politica di sostegno alla democratizzazione nei Paesi dell’Europa orientale. Questo portò in seguito alla fondazione della Westminster Foundation for Democracy, un’istituzione che ancora oggi sostiene lo sviluppo di istituzioni democratiche nel mondo.
In tale contesto, secondo lui, furono determinanti due principi:
- Il primo è la trasparenza – tutti i fondi destinati al sostegno politico all’estero devono essere resi pubblici.
- Il secondo è il cosiddetto principio «arms length», secondo cui il governo non sceglie direttamente i partiti politici da sostenere. I fondi vengono invece assegnati ai partiti politici britannici, che poi collaborano con organizzazioni partner all’estero. Un approccio di questo tipo dovrebbe impedire la manipolazione politica diretta e favorire lo sviluppo di un sistema partitico pluralistico.
Canali invisibili dell’influenza politica
Nel dibattito è stato più volte sottolineato che oggi l’influenza straniera opera attraverso uno spettro di canali molto più ampio rispetto al passato.
Pinto-Duschinsky avverte che non si tratta solo del finanziamento delle campagne elettorali. L’influenza può realizzarsi anche attraverso i media, le organizzazioni non governative, i sindacati, i progetti di ricerca o persino le organizzazioni religiose.
Ha citato anche una ricerca del politologo Dov Levin, che ha analizzato circa 800 elezioni nel mondo. La sua conclusione è stata sorprendente: storicamente, gli Stati Uniti d’America sono intervenuti nelle elezioni straniere più spesso della Russia, il che mostra che tale condotta è una pratica di lunga data nella politica internazionale.
Guerra ibrida e conflitto cognitivo
L’esperto croato di sicurezza Gordon Akrap ha ampliato il dibattito al tema della guerra ibrida. A suo avviso, i conflitti contemporanei si svolgono sempre meno sui campi di battaglia tradizionali e sempre più nello spazio informativo.
Gli Stati possono utilizzare quasi qualsiasi mezzo per raggiungere obiettivi politici – dalle pressioni economiche e dalle dipendenze energetiche fino all’influenza culturale e religiosa. Come esempio ha menzionato l’azione di strutture ecclesiastiche ortodosse nei Balcani occidentali, che possono diventare uno strumento di influenza politica.
Secondo lui, si sta sviluppando anche una nuova forma di guerra cognitiva, nella quale l’intelligenza artificiale avrà un ruolo chiave nella creazione di disinformazione sofisticata.
Gli algoritmi come nuovi guardiani dell’informazione
Anche i social network rappresentano una sfida particolare per la democrazia. Il giurista e professore presso Fordham University e Alma Mater Vienna, Jurij Toplak, avverte che le generazioni più giovani seguono le notizie sempre più spesso quasi esclusivamente tramite social network come Instagram e TikTok. Ciò significa che le grandi корпораzioni tecnologiche globali hanno un forte impatto su quali informazioni raggiungano gli elettori. Gli algoritmi possono determinare la visibilità dei contenuti politici, aprendo la questione del controllo democratico sullo spazio pubblico digitale.
A ciò si collega anche l’avvertimento dell’esperto di finanziamento della politica Marcin Walecki, che evidenzia il pericolo del microtargeting. Le campagne politiche possono, utilizzando i dati degli utenti, creare messaggi altamente personalizzati che i regolatori faticano a controllare.
Grandi potenze e strategia informativa
L’ambasciatore britannico Nigel Baker ha richiamato nel dibattito la dimensione geopolitica del problema. Secondo lui, la Russia utilizza operazioni informative soprattutto per minare la fiducia nelle istituzioni democratiche.
L’obiettivo di tali strategie non è necessariamente convincere gli elettori a sostenere un determinato candidato, bensì creare confusione, cinismo e apatia politica.
Allo stesso tempo, la Russia non è l’unico attore globale. La Cina spesso utilizza metodi più sottili, come la costruzione di relazioni con le élite politiche e la diplomazia tra partiti.
Regole obsolete per l’era digitale
Una grande sfida è rappresentata anche dal fatto che i quadri giuridici per il controllo del finanziamento politico sono nati in un’epoca in cui le tecnologie digitali non esistevano ancora.
Oggi i fondi per le campagne politiche possono essere trasferiti tramite criptovalute, piattaforme fintech e complesse reti finanziarie che superano le giurisdizioni nazionali. La regolamentazione, quindi, spesso resta indietro rispetto allo sviluppo tecnologico.
La resilienza democratica come soluzione chiave
Nonostante le numerose sfide, i relatori hanno concordato che le società democratiche non sono impotenti. La difesa fondamentale contro la manipolazione è la resilienza della società, basata su istruzione, trasparenza e cittadinanza attiva.
Paesi come l’Estonia hanno rafforzato la propria resilienza investendo nell’alfabetizzazione digitale e nell’educazione dei cittadini al riconoscimento della disinformazione.
Un ruolo importante lo ha anche la trasparenza del finanziamento delle attività politiche. Se tutti i fondi sono resi pubblici e controllati da istituzioni indipendenti, lo spazio per la manipolazione occulta è significativamente più ridotto.
La storia, d’altra parte, mostra che anche la società civile può contribuire in modo rilevante alla difesa dei valori democratici. L’accademico Paul Flather ha ricordato gli anni ’80, quando intellettuali occidentali aiutarono segretamente i dissidenti nella Cecoslovacchia di allora – un’attività che in seguito contribuì alla democratizzazione del Paese.
Come ha sottolineato in conclusione l’ambasciatore Baker, il fatto che attori stranieri investano così tanta energia nel minare i sistemi democratici ne conferma in realtà il valore. «Il nostro compito è proteggere la democrazia – con conoscenza, pensiero critico e ricerca della verità oltre messaggi digitali allettanti, ma spesso fuorvianti», ha concluso.